Fronte del Porto inquieto e la vecchia strega dell’autobus

La sospensione della realtà in città la si respira ad ogni angolo di strada. I palazzi grigi sono sempre meno scuri grazie alla volontà di rendere il tutto più piacente. La loro ombrosità si rispecchia su una popolazione che sembra spesso assorta in quel pensiero in più. Una preoccupazione esistenziale latente. Prima austriaca con uno status melting pot, costretta in un continuo desiderio di italianità che una volta raggiunto ha però dato inizio all’inevitabile decadenza. La lotta con gli stranieri appena ad est risolta ma mai sopita, e un particolarismo sempre vivo che la rende una città effervescente e inquieta. Trieste. I problemi scompaiono se nessuno li guarda. Ce ne sono stati tanti e non se ne vogliono ancora. La gente vive bene perché lo vuole, i bar sono tanti perché tutti si riscoprono fedeli clienti che vanno a fondo in quello che gli si offre. Teatri, cinema, librerie. Tutto sopra la media italiana e di molto. Trieste ricorda spesso Venezia, non solo perché la Serenissima la sfiorava di pochi chilometri nei suoi centri istriani, ma perché città che ha sempre vissuto in se stessa nonostante le molte visite esterne. Ricevendo il mondo in casa non si desidera uscire a vederlo. Lo sembrano suggerire entrambe attraverso la loro storia. Autonome e vissute fino in fondo ma non ponderate, impiegate in se stesse e pregne di cultura e culture che non si solidificano mai. Osservano e donano se stesse senza la volontà di imporsi per non andare contro natura, spettatrici delle loro lotte ed eterne nella loro fragilità. Colpite una dal mare una dal vento come bandiere. Mai immobili ma inamovibili alla base.

.Carosello.

Ieri ero sull’autobus e l’autobus era fermo a lato della stazione, rilassato nel suo capolinea attendendo i cinque minuti prima della partenza senza dare nell’occhio. All’interno poca gente tra cui io e mio papà. A lato, subito oltre il corridoio centrale del mezzo, una vecchia dai capelli grigi e secchi, lunghi e che si annodavano in se stessi. Il sandalo in plastica e un calzino in lana viola fluo. Mode suicidatosi in un tempo mai esistito. L’anziana ci guarda e parla.

«Avete per caso una sigaretta?»

Ci guarda leggermente chinata in avanti e dilatando leggermente gli occhi per sottolineare la richiesta. La voce roca ma chiara, con un timbro forte.

Diciamo che no, che non fumiamo.

«Grazie lo stesso, va bene.»

Ritorna a guardare di fronte a se. Passano pochi istanti.

«Non è che avete un accendino?»

La facciamo ragionare sul fatto che se non fumiamo non indossiamo accendini. Penso di aggiungere che si, che potremmo essere piromani, ma non lo siamo. Non lo dico.

«Grazie lo stesso, va bene.»

La vecchia è educata, nonostante sembri la strega dell’ovest. L’autobus parte e inizia la sua corsa. La vecchia ci guarda ancora dopo un paio di minuti. Parla.

«Avete qualche moneta?»

Neghiamo il possesso.

«Grazie lo stesso, va bene.»

L’autobus continua la sua corsa. Lei si avvicina sporgendosi e per l’ennesima volta parla.

«Avete qualcosa da bere?»

Prima della risposta specifica: «Vin.»

Specifica perché forse qualche d’uno in passato l’ha offesa offrendole una porcheria analcolica, o addirittura e senza pudore, una bevanda con la vitamina multipla.

Neghiamo il possesso.

Guarda davanti a se. Nel frattempo l’Autobus si è riempito. Si sporge verso una giovane donna e le chiede dei soldi.

Mi sono pentito di non averla aiutata. La vecchia in questione é sempre nelle zone della stazione tra un vino e gli altri. Credo al più presto le porterò del vino.

 

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