IL CALDO trasuda escrementi calpestati

Sono a circa 1000 chilometri in linea d’Aria da Berlino, ma percepisco già da qui che il caldo è anche lì. Abituarsi a vivere in una città notoriamente più fredda e periodicamente tornare in una città più calda mi crea disagio termico. Qui a Trieste mal sopporto i gradi in più, o meglio mi aggiro per le strade in camicia con quindici gradi mentre la gente mi guarda impaurita, nascosta sotto piumini o almeno giacche a vento. Ieri ho visto una signora sull’anziano avanzato avvolta in una pelliccia di presumo volpe. Discorsi sulla poca simpatica di scotennare un animale al giorno d’oggi a parte, credo stesse coltivando a sua insaputa funghi e licheni nei punti giusti. Una sorta di micro-universo portatile che farebbe impallidire qualsiasi avveniristico progetto di microchip ancora più micro.  Stamane un signore indossava un piumino senza maniche e io l’ho osservato facendolo sentire osservato, lo so grazie a un rapido incrociarsi di sguardi. Almeno che non nascondesse un giubbotto antiproiettile sotto quel piumino blu, non vedo cosa diavolo potesse servirgli. Stamattina c’erano diciassette gradi centigradi. Lo stesso signore ha poco dopo pestato una cacca di cane abbandonata lungo il marciapiede dal padrone di un cane. La materia fecale di tonalità marrone chiaro e di una consistenza suppongo medio morbida, ha avvolto la scarpa dell’uomo mirando al bordo superiore, ma arrestando l’avanzata neanche un centimetro oltre la suola. Una cacca dalle mire espansionistiche che ricordava certi totalitarismi passati. La cacca sconfitta è stata puntualmente tempestata di bestemmie dall’uomo, che rosso in volto per la collera cercava con lo sguardo forse un uomo col cane, per ucciderli entrambi in un tributo di sangue. Sangue e merda, così è stato definito il sottogenere pulp da molti. Diventato subito dopo il Pulp Fiction di Tarantino, un patetico scimmiottaggio dello stile di scrittura del regista di Knoxville. Domani tornerò a Berlino e se pioverà vedrò la pioggia dopo molto tempo. Osserverò l’abbigliamento della gente, perché tornerò a Berlino in una nuova stagione, quella della primavera. Portatrice di eccitanti pensieri e di allergie sempre nuove e mutevoli.

Fronte del Porto inquieto e la vecchia strega dell’autobus

La sospensione della realtà in città la si respira ad ogni angolo di strada. I palazzi grigi sono sempre meno scuri grazie alla volontà di rendere il tutto più piacente. La loro ombrosità si rispecchia su una popolazione che sembra spesso assorta in quel pensiero in più. Una preoccupazione esistenziale latente. Prima austriaca con uno status melting pot, costretta in un continuo desiderio di italianità che una volta raggiunto ha però dato inizio all’inevitabile decadenza. La lotta con gli stranieri appena ad est risolta ma mai sopita, e un particolarismo sempre vivo che la rende una città effervescente e inquieta. Trieste. I problemi scompaiono se nessuno li guarda. Ce ne sono stati tanti e non se ne vogliono ancora. La gente vive bene perché lo vuole, i bar sono tanti perché tutti si riscoprono fedeli clienti che vanno a fondo in quello che gli si offre. Teatri, cinema, librerie. Tutto sopra la media italiana e di molto. Trieste ricorda spesso Venezia, non solo perché la Serenissima la sfiorava di pochi chilometri nei suoi centri istriani, ma perché città che ha sempre vissuto in se stessa nonostante le molte visite esterne. Ricevendo il mondo in casa non si desidera uscire a vederlo. Lo sembrano suggerire entrambe attraverso la loro storia. Autonome e vissute fino in fondo ma non ponderate, impiegate in se stesse e pregne di cultura e culture che non si solidificano mai. Osservano e donano se stesse senza la volontà di imporsi per non andare contro natura, spettatrici delle loro lotte ed eterne nella loro fragilità. Colpite una dal mare una dal vento come bandiere. Mai immobili ma inamovibili alla base.

.Carosello.

Ieri ero sull’autobus e l’autobus era fermo a lato della stazione, rilassato nel suo capolinea attendendo i cinque minuti prima della partenza senza dare nell’occhio. All’interno poca gente tra cui io e mio papà. A lato, subito oltre il corridoio centrale del mezzo, una vecchia dai capelli grigi e secchi, lunghi e che si annodavano in se stessi. Il sandalo in plastica e un calzino in lana viola fluo. Mode suicidatosi in un tempo mai esistito. L’anziana ci guarda e parla.

«Avete per caso una sigaretta?»

Ci guarda leggermente chinata in avanti e dilatando leggermente gli occhi per sottolineare la richiesta. La voce roca ma chiara, con un timbro forte.

Diciamo che no, che non fumiamo.

«Grazie lo stesso, va bene.»

Ritorna a guardare di fronte a se. Passano pochi istanti.

«Non è che avete un accendino?»

La facciamo ragionare sul fatto che se non fumiamo non indossiamo accendini. Penso di aggiungere che si, che potremmo essere piromani, ma non lo siamo. Non lo dico.

«Grazie lo stesso, va bene.»

La vecchia è educata, nonostante sembri la strega dell’ovest. L’autobus parte e inizia la sua corsa. La vecchia ci guarda ancora dopo un paio di minuti. Parla.

«Avete qualche moneta?»

Neghiamo il possesso.

«Grazie lo stesso, va bene.»

L’autobus continua la sua corsa. Lei si avvicina sporgendosi e per l’ennesima volta parla.

«Avete qualcosa da bere?»

Prima della risposta specifica: «Vin.»

Specifica perché forse qualche d’uno in passato l’ha offesa offrendole una porcheria analcolica, o addirittura e senza pudore, una bevanda con la vitamina multipla.

Neghiamo il possesso.

Guarda davanti a se. Nel frattempo l’Autobus si è riempito. Si sporge verso una giovane donna e le chiede dei soldi.

Mi sono pentito di non averla aiutata. La vecchia in questione é sempre nelle zone della stazione tra un vino e gli altri. Credo al più presto le porterò del vino.

 

TERGESTE sei così lontana ma così bella TRIESTE

Image Hosted by ImageShack.us
Domani, oggi quando leggerete questo post, sarò a Trieste. In giornata, toccata e fuga, a mangiare un po’ di pesce, assaporare la città e le sue peculiarità di sempre. Città particolare, molto, e affascinante. Odiata o amata, difficile da conquistare, a tratti scorbutica, immaginaria, sognante e rilassata. Trieste ha con Venezia in comune una cosa fondamentale, la sua unicità.
L’aria limpida, il vento prepotente, la pace estiva e il caldo che non diventa mai invadente. Non ci sono le zanzare, ci sono le salite e ogni angolo è affascinante.
A Trieste non esiste la periferia perché non le è dato spazio, ed è meglio così.
Un amante di trieste è Veit Heinechen. giallista tedesco che ambienta i suoi romanzi nella città di cui si è innamorato e in cui da qualche anno si è trasferito.
Image Hosted by ImageShack.us

Pomoli rossi nel vento di Berlino

Image Hosted by ImageShack.us

Girare per Berlino a piedi per lungo tempo ti espone a varie possibilità:

– stancarsi, abbastanza banale

– far credere che non si sappiano usare i mezzi pubblici, da paranoici

– pestare gli escrementi di un cane, da distratti

-andare sotto una macchina, da rincoglioniti

-prendere tanto vento e le guance ti diventano rosse, eccola!

Proprio l’ultima possibilità, altre non ne esistono, è ciò che mi è successo. Non faceva freddo, ma il vento è il vento.

Mi sembra di avere, quando mi guardo allo specchio, due mele caramellate al posto delle guance. Belle lucide e rosse che più rosse non si può. Rosse come lo smalto rosso per le unghie, rosso come il fazzoletto al collo di un contadino della Romagna, rosso come un certo quartiere di Amburgo, rosso come le matite dei cani, rosso come il sangue venoso, rosso come il rossetto originale da cui la parola, rosso, appunto.

Ho paura di non superare la notte, di morire di ROSSO POMOLITE, avrei bisogno di medicine, antibiotici, cure ad hoc. Che ne sarà di me? Rimarranno solo due punti rossi nella notte?

L’IMPROBABILITÀ DEI MORTI DEL CARSO SI RICONDUCE A DEI BAMBINI CHE CHIEDONO DOLCI

Image Hosted by ImageShack.us
Di tanto in tanto mi manca Trieste.
Trieste non è la mia città ma è la città di mio padre. A Trieste la mia famiglia ha una casa che era la casa di mia nonna che purtroppo è mancata poco più di un anno fa.
Mi ha detto la mia coinquilina che Berlino è fredda non solo a causa della temperatura rigida invernale, ma anche a causa del vento che soffia insistente nei mesi freddi.
Subito ho pensato a Trieste e poi al Carso e al suo vento gelido che vi rimbalza e scema, per modo di dire, investendo la città e spazzando il mare preparando i giorni seguenti ad un azzurro gelido e spietato.
Mi viene in mente un romanzo letto recentemente di uno scrittore e giornalista tedesco, Veit Heinichen, che vive da anni a Trieste. I MORTI DEL CARSO, un noir che chi conosce Trieste e un po’ d’Istria non potrà che apprezzare.
Image Hosted by ImageShack.us
Inizia a fare freddo qui, non molto ancora, ci si attesta su 1, -1 la mattina, ma durante il giorno non si va di molto oltre. Se si esce senza i guanti si inizia a ricordarlo dopo pochi minuti, senza un copricapo dopo quindici minuti circa sorge una leggera emicrania in stile sinusite.
Forse qui mi malediranno, la mia coinquilina che è freddolosa per sua ammissione in primis, ma non vedo l’ora arrivi il freddo quello brutale. Voglio provarlo. Odiando il caldo persistente non dovrebbe darmi troppo fastidio e poi cosa lascio? Lascio la Pianura Padana, uno dei climi peggiori d’Italia e non solo. E non solo. Tanto vale ripeterlo, ma non è amarcord, è sarcasmo sociopolitico.
Image Hosted by ImageShack.us
Tre anni fa mi sono trasformato in uno zombi e lo voglio ricordare. Era Halloween e io sono quello a destra.
Questo Halloween ero in cucina a casa da solo ed è suonato il campanello.
Il mio egocentrismo mi ha fatto alzare e mi ha fatto aprire la porta nonostante non potesse essere nessuno per me e non fosse l’ora di consegne Amazon o affini (quando i marchi diventano parole comuni significa che è troppo tardi) e mi trovo di fronte tre bambini vestiti da mostri con maschere.
Io rido.
Loro no.
Mi parlano in tedesco.
Dico loro che parlo poco il tedesco.
Mi correggo e dico loro che non parlo il tedesco.
Loro mi propongono l’inglese.
Dico si affranto.
Trick or Treat mi dicono.
Prevedibile penso.
Dico loro di aspettare un attimo.
Vado in cucina in uno stato prossimo all’ansia e frugo nel frigo.
Trovo una ciccolatina che avevo preso al supermercato, era solo una, era mia.
Porto la cioccolatina ai bimbi scusandomi che è solo una e loro sono tre.
Mi ringraziano.
Chiudo la porta.