Dr.Acula, aka il psychovicino

Ognuno di noi ha un vicino di casa strano. Se abita in un palazzo o condominio, chiamatelo come volete, avrà un vicino di appartamento strano. Potremmo andare avanti ore a definire i vari tipi di vicinato per non parlare della definizione popolare di pazzia. Passiamo oltre.

Ho un vicino di casa strano, ma non strano in accezione uomo con i capelli lunghi negli anni ’80 in Italia, ossia delinquente, ceffo, drogato, scippatore, figlio di nessuno, senza futuro, truffatore politico et similia. Questo è alto, sopra la media anche nella media tedesca (sarà 1,90). Ha un colorito funebre, tendente al grigio chiaro quando c’è il sole, e plumbeo tipo canale della Manica quando è nuvoloso. E’ vestito in maniera normale, leggermente trasandato, coi capelli leggermente lunghi dietro che scendono oltre la nuca e corti a spazzola pungente davanti (non ha una chioma alla MacGyver ma un po’ ci si avvicina, con la volontà diciamo). Questo fenomeno controlla sempre le cassette delle lettere. Ne ha due, una ufficiale, e una con la targhetta rossa DR.ACULA. Usa la seconda cassetta come cassetta di sicurezza. All’interno una piccola torcia elettrica e a volte la macchina fotografica digitale. Come lo so? Stavo ritirando la posta e ho guardato senza pudore mentre lui trafficava lì dentro con le mani unte. Lui dice di essere un detective. Ha un problema alle gambe, le gratta sempre e sono in carne viva. Ho tenuto un gatto per 15 giorni di un mio amico, lui veniva alla finestra a parlare col gatto. Un giorno ha suonato il campanello e ha detto che anche lui ha un gatto e di stare tranquilli, perché lui è un detective e tiene tutto sotto controllo. Tra i campanelli in strada, quelli del palazzo in cui vivo, ce n’è uno con la dicitura DR.ACULA, lo sfondo è rosso. Ha un campanello collegato alle seconda cassetta delle lettere? E’ un supereroe e lo si può avvisare con quel campanello? Le domande sono molte. Le risposte poche. L’uomo misterioso abita al quarto piano e a qualsiasi ora della notte la luce è accesa. Credo non dorma, credo sia un vampiro. Inizio a credere ai vampiri.

La saga berlinese continua, e si, sono tornato a mangiare il kebab quello lì

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Qualcuno mi aveva anche messo in guardia, non vorrai mica tornare a mangiarlo! Io ho detto di no, che non sarei tornato, ma dentro di me la convinzione vacillava come una farfalla sotto la pioggia fitta.

PARENTESI:
Oggi mi sono trasferito nella nuova casa, era l’ultima possibilità altrimenti avrei dovuto lasciare quella dove sono entro dieci giorni e quindi avrei esaurito il tempo materiale per la ricerca causa organizzazione trasferta di ritorno. Vivo con un graphic designer/artista pop.
Per il rotto della cuffia, come si suol dire, ce l’ho fatta.
FINE PARENTESI.
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Ieri, non appena saputa la buona novella il calo di tensione mi mette sonnolenza e una gran fame, cosa faccio cosa non faccio e mi viene fame.
Mi dirigo col pensiero a posti succulenti in giro per Berlino ma la stanchezza mi aggredisce dolce e implacabile. Il down dello stress si fa sentire e subito mi appare angelico il signore, il kebabbaro delle tre dita, come un novello Cupido culinario.

Mi dirigo implacabile sfidando i venti gelidi che finalmente sembrano ristabilire le giuste temperatura mettendo ogni grado al suo posto, valico le strade e scendo impavido nei meandri della metropolitana, subito il caldo mi investe e l’odore tipico delle cibarie quelle mi solletica la voglia.

Lo guardo dall’altra parte della sala sotterranea, è lui, e mi vede, lo punto e passo dopo passo tracciando una linea retta ideale dritta verso la sua attività mi dirigo verso di lui come un incrociatore sovietico.

Entro e ci sfidiamo con lo sguardo, lui innalza il baffo brizzolato con un gesto di sfida e io lo faccio, io ordino impavido! Ci guardiamo mentre lui affetta pezzi di carne crogiolante di unto grasso. Scelgo le salse come se scegliessi delle armi e lui infilza pezzi di cipolla dentro il panino

Arrivano tre ragazzini e ordinano tre kebab, lui inizia a prepararli e intanto io addento il mio, sfoglio una rivista e vedo che al centro commerciale vicino regalano orsacchiotti ad ogni acquisto.

I ragazzini iniziano a ridere per i cazzi loro, ridono un sacco come degli stolti, il kebabbaro ogni tanto li guarda, non gli piace che ridano, sembra dire con lo sguardo che se non la smettono finiranno impalati nello spiedo pure loro. Sorrido anche io e lui mi brucia con lo sguardo. Mangio felice, coi sughi sparsi per il mento.

I ragazzini ridono ancora e gli dicono che non vogliono la cipolla, lui arrossisce, sembra dire come osano, come si permettono, mezze seghe. Io sgranocchio la cipolla spavaldo, lui mi guarda come dicendo che nella cantina c’è posto anche per me e lì fa freddo. Io me ne sbatto e finisco il panino, mi lecco le labbra e gli sorrido, lo saluto e me ne vado.
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