Il petomane rabbioso, direzione Berlino

Premessa

Prendere il treno dal nord Italia con meta Berlino non è una cosa assurda. L’aereo ormai da molto tempo costa meno rispetto alle lunghe tratte in treno ma… se si parte dell’Alto Adige o da qualsiasi punto non comodamente vicino ad un aeroporto, come è successo a me, il viaggio in treno diventa un’impresa sensata, che non impegna troppe ore e che da Monaco diventa gradevole. Perché da Monaco? Per una semplice discorso tecnico. Il treno che parte da Venezia e passa per Verona, Vicenza, Trento, Bolzano, Brennero e via fino a Monaco, è un treno di quelli con gli scompartimenti da sei posti, vere e proprie anticamere ormai datate del viaggio della speranza, la scomodità pura e catalizzatore di odori malsani. A Monaco cambia la musica. Si sale su un ICE (l’equivalente delle nostre Frecce) con sedili in legno e cuoio. Spaziosi, molto spaziosi ed estremamente comodi. Proprio sull’ICE si è verificato l’uomo passeggero di cui mi accingo a narrarvi.

Da una stazione piuttosto anonima sale quest’uomo di mezza età che a prima vista non ha altra peculiarità che il brontolare tra se e se. Cosa che per chi vive a Berlino, detta anche gabbia di matti, non è cosa di certo strana. L’uomo dai capelli bianchi si siede al suo posto prenotato, parallelo al mio ma grazie ai Santi pasquali al di là del corridoio e quindi non contiguo. Inizia a imprecare tirando fuori il suo occorrente da viaggio. Nell’ordine:

-Lettore portatile CD che mi ha fatto non poca tenerezza

-Custodia per cd con dentro cd, guarda caso.

Rivista rock su musica e affini che si appoggia subito sulle ginocchia.

-Romanzone di spionaggio da viaggio fantozziano, di cui non ho approfondito titolo e autore per poco o nullo interesse riguardo a certe opere.

-Rivista non meglio identificata ma non porno quindi piuttosto inutile.

-Ciabattine da mare in plastica bianca e nera, di quelle che nelle piscine attraggono funghi di ogni ceto.

-Sacchetto con cibo di cui si scoprirà la natura più tardi.

-Telefonino fin troppo moderno.

Di seguito si toglie le scarpe e le appoggia sotto il sedile del passeggero davanti (ricordo che tra un sedile e l’altro c’è davvero molto spazio, io che sono alto 1,85 metri posso allungare le gambe, per rendere l’idea). La borsa in cui erano contenute tutte quelle meraviglie posizionata per un terzo in mezzo al corridoio. Dettaglio che diventerà importante a breve. Mentre continua a brontolare sul fatto che il treno è pieno spio la targhetta prenotazione affissa vicino al suo posto e vedo che è diretto a Berlino. Bene, nulla di strano quindi riguardo la strana oggettistica e la follia latente. Dopo mezz’ora beve un sorsone di coca cola e peta con violenza, si solleva addirittura sui poggia-gomiti per dare spazio all’aria mefitica in uscita dal deretano. Mi giro, lo guardo, vedo la ragazza seduta davanti a lui sgranare gli occhi.

Pochi istanti dopo passa un ragazzo e inciampa leggermente sulla sua borsa sita in buona parte in mezzo al corridoio.

Poco dopo un secondo inciampa e accade la stessa cosa. La terza persona è una malcapitata donna con bambino che inciampa per bene nella borsa, al punto di fare due passi slanciata in avanti quasi a rischio di cadere.

Lui la guarda e le dice (il tutto tradotto):

brutta deficiente che non sei altro, ma non vedi la borsa!!”

Lei rimane ammutolita, poi lui nota che lei indossa occhiali da sole.

Anche gli occhiali da sole hai!!?? Sei proprio cretina così non vedi dove vai, imbecille!!”

Il tutto urlato che sentivano tutti nel vagone.

La donna se ne va inorridita.

Dopo circa un’ora emette un peto che è un fischio prolungato, lo modula nel suono alzando leggermente il sedere. La donna davanti sgrana ancora gli occhi. Fortunatamente la cosa non rappresenta una minaccia per l’olfatto.

Gli suona il telefono. Suoneria altissima stile telefono di una volta, quanto di peggio può esserci per un sistema nervoso incline al nervosismo.

Lui lo prende e portandoselo lentamente all’orecchio:

chi cazzo è che mi disturba maledizione!”.

Era un suo amico. Strano un uomo del genere ha degli amici.

Il viaggio prosegue lungo i binari senza deragliamenti, quando afferra il sacchetto del cibo. Ne estrae uno strano pane simil sfoglia di origine ignota e lo azzanna. Lo azzanna proprio. Era come se le sue mani col simil pane, appena si avvicinavano a meno di dieci centimetri dalla bocca, un’entità superiore accelerasse il tutto e facesse scattare mano e pane a colpire le fauci spalancate di quell’uomo. Risultato: mangiava come un animale.

Il treno una volta arrivato alla mia destinazione, l’ho visto scendere e correre via come se volesse lavarsi dai peccati o fuggire dalla polizia.

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IL CALDO trasuda escrementi calpestati

Sono a circa 1000 chilometri in linea d’Aria da Berlino, ma percepisco già da qui che il caldo è anche lì. Abituarsi a vivere in una città notoriamente più fredda e periodicamente tornare in una città più calda mi crea disagio termico. Qui a Trieste mal sopporto i gradi in più, o meglio mi aggiro per le strade in camicia con quindici gradi mentre la gente mi guarda impaurita, nascosta sotto piumini o almeno giacche a vento. Ieri ho visto una signora sull’anziano avanzato avvolta in una pelliccia di presumo volpe. Discorsi sulla poca simpatica di scotennare un animale al giorno d’oggi a parte, credo stesse coltivando a sua insaputa funghi e licheni nei punti giusti. Una sorta di micro-universo portatile che farebbe impallidire qualsiasi avveniristico progetto di microchip ancora più micro.  Stamane un signore indossava un piumino senza maniche e io l’ho osservato facendolo sentire osservato, lo so grazie a un rapido incrociarsi di sguardi. Almeno che non nascondesse un giubbotto antiproiettile sotto quel piumino blu, non vedo cosa diavolo potesse servirgli. Stamattina c’erano diciassette gradi centigradi. Lo stesso signore ha poco dopo pestato una cacca di cane abbandonata lungo il marciapiede dal padrone di un cane. La materia fecale di tonalità marrone chiaro e di una consistenza suppongo medio morbida, ha avvolto la scarpa dell’uomo mirando al bordo superiore, ma arrestando l’avanzata neanche un centimetro oltre la suola. Una cacca dalle mire espansionistiche che ricordava certi totalitarismi passati. La cacca sconfitta è stata puntualmente tempestata di bestemmie dall’uomo, che rosso in volto per la collera cercava con lo sguardo forse un uomo col cane, per ucciderli entrambi in un tributo di sangue. Sangue e merda, così è stato definito il sottogenere pulp da molti. Diventato subito dopo il Pulp Fiction di Tarantino, un patetico scimmiottaggio dello stile di scrittura del regista di Knoxville. Domani tornerò a Berlino e se pioverà vedrò la pioggia dopo molto tempo. Osserverò l’abbigliamento della gente, perché tornerò a Berlino in una nuova stagione, quella della primavera. Portatrice di eccitanti pensieri e di allergie sempre nuove e mutevoli.

10 minuti di terrore animale nella metropolitana di Berlino

Ieri, andando al corso di Tedesco per migliorare il mio Tedesco, seduto su una poltroncina di un vagone della linea 1, la U1, una delle linee più affascinanti di Berlino per fenomenologia sociale e per il semplice panorama da vagone che offre, succede quanto segue.

Piuttosto affollato causa un ritardo di origine ignota, un po’ come le meteore nei B-movie anni ’50, il vagone, oscillando sui binari a mio avviso pericolosamente, mi offre senza preavviso un sunto di socio-follia davvero prezioso.

Ad una delle fermate entra un uomo con la faccia smunta, corporatura robusta, ma faccia smunta, guance scavate, il tutto in piena linea con la sintomatologia dell’abuso di eroina. Il tizio si siede al mio fianco e inizia a emanare un fiato non indifferente di birra rancida. Non contento inizia a sistemare i propri documenti, o forse quelli di qualcun altro, e lo fa alzandosi più volte e piantandomi il fondoschiena in faccia. Memore del mendicante che ama defecarsi addosso e che puzza come un carro di bestiame scaduto (sempre i carri di bestiame possano scadere), il quale si verifica nella stessa linea, sono colto dal terrore più limpido e gelido, come una giornata invernale di sole. L’uomo non puzza di feci, quindi sono contento per lui e anche per me.

Davanti a me c’è un signore di mezza età che legge il giornale. Sembra piuttosto assorto nella lettura. Entra improvvisamente una ragazzina affetta dalla sindrome di down mista a nanismo e probabile anoressia, insomma di tutto, e calpesta con estrema violenza (nonostante il peso limitato) il piede del signore. Il signore, probabilmente affetto da unghia incarnita cronica, inizia a ululare e lamentarsi. Sferra una sguardo alla ragazzina, vede il disagio negli occhi di lei e non solo, e si limita a sorriderle tra le pene dell’inferno. La ragazzina lo abbraccia in una tenera pantomima, dice che le dispiace (un dolce tut mir leid), e la cosa è commovente perché lei è sicuramente sincera. L’uomo inizia a piangere e io mi dico: “o… mio… dio”. La ragazzina accarezza la schiena dell’uomo e ride, poi estrae dalla sua borsetta variopinta una bottiglia di coca cola. Io penso che se beve un sorso di coca cola muore. Così di colpo, sciolta dall’acido “cocalorifero”. Ma il caso la salva. Non è capace di aprire la bottiglia, e non perché sia difficile da svitare. Anzi si. L’assistente sociale-accompagnatore (fino a pochi istanti prima nascosto tra i comuni passeggeri) le spiega a gesti e con parole sussurrate sotto voce (le famose grida silenziose o urla nel silenzio), che verso destra si chiude e verso sinistra si apre. La ragazzina è confusa e preferisce non bere. A volte è meglio rinunciare che farla fuori dal vaso.

Nel frattempo il tossico al mio fianco si addormenta appoggiando la testa sulla mia spalla, una scenetta romantico decadente che ricorda un film del filone rape & revenge. Penso che dovrebbe vomitarmi addosso, la cosa chiuderebbe il sipario. Invece non lo fa e il viaggio continua.

L(UI)’uomo che abita vicino e che puzza anche da lontano

 

Vivo da quando il caldo è stato molto caldo anche qui a Berlino, ossia dal primo agosto, nel quartiere di Kreuzberg, per la precisione nel cuore di Bergmannkiez. Denominato da molti la Kreuzberg bobo, radical chic, la Kreuzberg borghese e bla bla bla, anche se ormai lo è anche la parte non borghese, quella attorno a Oranienstraße. Lasciamo perdere sterili definizioni e concentriamoci su di lui. Su di LUI. Perché da quando o lasciato la zona dove vivevo prima, il paradiso dei freak, a volte ne sento la mancanza. Fortunatamente ho visto LUI.

LUI è un uomo con la pancia prominente, di una quarantina d’anni circa, gestiti male, questo è sicuro. L’uomo vive in un bel palazzo di quelli che ricordano certe zone di Parigi, palazzi che caratterizzano il sopra citato Bergmannkiez. Vive al primo piano, ha una terrazza, e si vede che è la sua per due motivi. Perché lui a volte si verifica nella terrazza, e perché é piena di cose vecchie e abbandonate. LUI indossa un paio di jeans larghi, con la patta giallastra, LUI ha un maglietta di una squadra di calcio sintetica, rossa, LUI indossa scarpe da pallacanestro. Lo vedo molto spesso, non si è mai cambiato. Ah, dimenticavo, LUI ha un capellino da baseball color verde marrone. Ha la barba incolta, i capelli bianchi che fuggono fuori dal berretto, la faccia tonda e trasbordante. LUI puzza, lui puzza di formaggio trascurato, di sudore che ha molto da raccontare, di biancheria asciugata male, di fallimento igienico. LUI osserva i seni delle donne, di qualsiasi donna, meglio se giovane e abbondante, ma non disdegna nemmeno donne del club della terza età. A LUI va bene tutto. LUI saluta tutti.

Un bel giorno ero in un altro quartiere e l’ho visto. O almeno sembrava lui. Mi sono incuriosito e ho pensato “ma come, gli è permesso uscire dal quartiere?”. Gli sono andato dietro, l’ho seguito, stentavo a credere fosse lui. Poi l’ho fatto, ho annusato l’aria dietro di lui. L’odore era il suo. Sono meglio di un segugio.

Venti affilati

A Berlino a volte c’è vento, quando è caldo stordisce e ipnotizza, distoglie. Quando invece soffia freddo, che lo si immagina aver attraversato la steppa intera per caricarsi di gelo, arriva diretto a svegliarti, a renderti partecipe di quella festa di ghiaccio che lui amplifica, salariato dall’inverno. Il vento uccide, quando incontra un piccolo focolaio, una fiamma tenue, poco più di un fuoco fatuo, ha il potere e l’arguzia di metterla in contatto con altre superfici a lei attigue, ma prima di far crescere la fiamma controlla attentamente che possano andare d’accordo. E’ furbo, fa finta di poter spegnere il fuoco come fosse un compleanno e tutti battessero le mani, ma in realtà lui soffia per conquistare. Nemico della pettinatura, del gel, della lacca, delle gonne, delle camicie e giacche aperte, nemico della corsa a piedi, in bici, dei motociclisti, delle roulotte, nemico giurato degli ombrelli, dei cappelli e delle sigarette e simili. Soffia, forse è annoiato e allora deve infastidire anche gli altri. Un colpo di vento è come un colpo di follia, può far premere il grilletto a un rapinatore mentre sta lavorando e fargli esplodere dei pallettoni in piombo contro il viso urlante di una commessa. Lei non si interessa ai soldi della banca, le banche sono assicurate. Il vento sarebbe causa di un omicidio, amplificherebbe di molti i rischi. Per quello usano dei cutter negli ultimi anni, non perché non siano armi da fuoco, ma perché fendono alla perfezione il vento. Se è al chiuso? Non importa, il vento sa impadronirsi dei condotti dell’aria, il vento è furbo.

Non è la fine del mondo…

… il fatto della crisi già sedimentata e non più incombente. Proprio perché è già sedimentata. diventa un punto di partenza, una pausa con riflessione e un motivo in più per andare avanti, o indietro. Direi più che altro indietro. Gli aspetti positivi della crisi in Italia, crisi politica soprattutto, credo siano stati l’aprire gli occhi ai più ingenui su cosa siano realmente i media. Parlo di giornali e televisioni. Di come siano pilotati ad hoc, cosa che è sempre stata, ma negli ultimi mesi non fanno nemmeno finta. Un problema ben più grave credo invece siano i Piranha. Non da soli, presi così sono dei pesciolini coi denti affilati e basta non fare il bagno dove nuotano loro. altrimenti ti mangiano, è semplice. Il problema è la radioattività sempre più incombente che scaturisce da quel catorcio di centrale nucleare a Fukushima. Le ultime 300 tonnellate di acqua altamente radioattiva probabilmente, per vie traverse, arriveranno in acque dominate dai piranha. Io mi chiedo: e se spuntassero le ali ai piranha? Che succederebbe? Hanno già fatto un film a riguardo, e come si sa, i film anticipano sempre la verità. Meglio non pensarci.

L’altro giorno nella metropolitana sento una coppia di italiani parlare della crisi, e di come i Tedeschi siano previdenti e corrano già ai ripari nonostante la loro economia funzioni. Commentavano la pubblicità “Der Hausweg aus der Krise”, che significa si “via di uscita dalla crisi”, ma la pubblicità parla della depressione. Cosa molto diffusa a Berlino a causa, per la maggiore, di un cielo plumbeo per molti mesi l’anno. Un’atmosfera grigia e bigia che tenta di entrarti dentro e inocularti un mal di vivere che ti mangia dall’interno. Un po’ come i piranha radioattivi di cui sopra. Ma la depressione è un piranha che anestetizza mentre “lavora”. Madonna, la cantante, è sbarcata da poco a Roma e sembra avere qualcosa in comune con la serie Breaking Bad. Anche lei sa dei piranha.

L’odore della strada genera piaceri

Berlino ha pregi e ha anche dei difetti, certamente. Come tutte le cose, anche le città hanno i loro pregi e i loro difetti. Non parlo di trasporto pubblico, di logistica, di lavoro, di disoccupazione, del cibo e della ricchezza, di quello se ne parla eccome, perfino troppo. E’ normale, fa tutto parte del tornaconto e della sopravvivenza.

Uno dei pregi di Berlino è senza dubbio l’essere stata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, quasi rasa al suolo, la qual cosa ha fatto sì che tutto diventasse vergine, che avesse la possibilità di rinascere, a volte quasi casualmente o per eventi superiori, come il muro. C’è da dire che è il centro dell’Europa, cosa molto importante, come il fatto che sia e sia stata un’economia importante.

La fantasia a Berlino viene evocata perché mancano riferimenti, non si sente il passato, non si respira la storia, non si respira che il presente e il suo statico movimento. Berlino è stimolante e rilassante. Berlino non si confronta e rende i giorni lenti, riflessivi, oppure crea mostri velocissimi. Non scriverò la frase/citazione ormai banale della capitale in continua evoluzione. Se il passato è stato cancellato vi è terreno più fertile, almeno dal punto di vista delle percezioni. L’evoluzione non è mai movimento, ma una cosa incontrollabile e inarrestabile. Un dato di fatto già dato, una sorta di assioma.

Questo è un pregio per alcuni, per quasi tutti, ma a volte si sente la nostalgia di un retrogusto storico, delle strade che odorano di antichità (non è sempre muffa), di storia, di eterno. La sensazione nelle città più storiche è quella dell’eternità e della saggezza nascosta. Le città con una storia palpabile deludono molto più facilmente perché non sono mai all’altezza del loro passato. Il vero passato, perché anche a Berlino si lamentano del passato, ma lo fanno solo per cose futili, come i prezzi e la tipologia di locali e party. Si stava meglio quando si stava peggio è ormai un assioma. Berlino può essere effervescente da un certo punto di vista, poco “profonda” dall’altro. Berlino può essere argilla da modellare interiormente, ma da un lato può essere piatta e inconcludente proprio per queste ragioni. Berlino da molto ma in realtà non da nulla, rischia di far scivolare nella banalità e ha una forza non indifferente in tal senso. Berlino rende il respiro culturale libero, e affina sensazioni e giudizi. Berlino è libera e si lascia respirare senza prima presentare il menù. Crea opinioni e rende tutti opinionisti dando vita a un sottobosco di affascinanti cazzate su cui si reggono tradizioni inesistenti. Berlino non si muove, sono le persone a muoversi, Berlino è piantata a terra da un chiodo gigante, con una palla in cima.

Libertà di ampolla

Ieri mi é stato raccontato come a Berlino, e probabilmente in tutta la Germania, e forse anche in altri stati europei, forse tutti, il pesce rosso non può stare nell’ampolla. Perché? Perché é proibito.

1) poca superficie acquea per lo scambio gassoso con l’aria;

2) piccole dimensioni;

3) forma inadeguata perché non consente al pesce di avere dei punti di riferimento e lo fa girare sempre in tondo all’infinito portandolo alla follia

L’ampolla per il pesce rosso o di altre tipologie, è un classico. Chi non immagina un pesce rosso in un ampolla? Mia zia ne possedeva uno che viveva in un ampolla. Ricordo che mia cugina da piccina, tentò di tagliarlo a metà utilizzando una lunga forbice da sarta, di quella coi manici in metallo verniciato di nero. Quelle perfette per compiere omicidi senza testimoni, risolti da un improvvisato detective abituato all’attizzatoio come arma del delitto. Il pesce fu ferito da mia cugina, ma non morì. Sviluppò una sorta di gobba, di cicatrice deformante che lo rese un freak a vita. Visse molto, molti anni, sempre dentro l’ampolla. Sapeva a memoria ogni lato curvilineo di quell’ampolla, e quando defecava trotterellava allegramente col suo stronzetto filamentoso per le acque torbide. Ferito e intrappolato, reso folle e deforme. E’ una cosa crudele. Credo alla sua morte sia stato seppellito nelle fogne del paese. Forse è ancora vivo, forse la Asylum ne farà un film. Pensavo anche alle giostre, quand’ero piccolo vi andavo, le facevano, ma le fanno ancora, a Padova nel foro boario. Pagando una piccola somma e lanciando una pallina da ping pong in un contenitore di vetro, una piccola ampolla, potevi vincere il pesce rosso lì contenuto. Dovevi infilare la pallina attraverso lo stretto bordo. Immagino il pesce terrorizzato dai rumori. Poi i bambini, quelli vincenti, lo portavano a casa in un sacchettino di nyolon. Quei pesci rossi, così vinti, erano famosi per morire pochi giorni dopo, un po’ come il 10% dei bambini nati nel terzo mondo. Se erano fortunati cadevano dalle mani dei bambini e finivano col sacchettino e la poca acqua in mezzo alla strada, dove nemmeno entravano nell’agonia del non respiro. Ci pensava sempre l’auto o l’autobus di passaggio. Ora ignoro se questa pratica crudele sia ancora permessa, ma credo e spero di no. In compenso andare alle giostre al giorno d’oggi ha dei nuovi rischi, tipo quello di rimanere sbudellati a coltellate da qualche strano individuo.

Bang!

Non é il titolo di un film, ma quello che é successo tre giorni fa in una fontana ad Alexander Platz. Se ne parla molto, dato che il poliziotto ha sparato a distanza molto ravvicinata in punti vitali del corpo. Che corpo? Quello di un malato di mente, nudo, che si stava tagliuzzando un po’ qua e un po’ là con un coltello (lama di 20 cm). Gli ha bucato un polmone e quello è morto rapidamente. Eccesso di zelo? Perché era nella fontana? Per prassi certo, per mettersi “allo stesso livello” della persona da salvare, per dialogare. Ma é anche una trappola una fontana. Potete vedere il video qui:, anzi no perché é stato rimosso. Comunque il tizio avanza col coltello e quello gli spara, trovandosi “bloccato” nella fontana. Secondo voi ha fatto bene o ha fatto male? Secondo ma ha fatto male, per i troppi errori macroscopici di procedura. Infatti una delle stranezze è che non sia stata chiamata la squadra speciale di pronto intervento, o unità anti crisi, quello che sia. A Berlino questa é una notizia, perché i fatti di cronaca nera non sono così all’ordine del giorno, soprattutto considerando il rango di capitale.

Pordioseros, mendicanti tipo a Berlino

É un termine spagnolo che adoro, deriva da “por dios” che significa per dio, ma non come esclamazione, piuttosto come esortazione a donare un’offerta, un contributo. Pordiosero é in pratica uno che chiede le elemosina.

A Berlino ce ne sono come in tutte le città. Vediamo di descriverne alcuni in maniera divertente.

La blaxploitation (dal filone cinematografico): donna di colore, mulatta più che altro, con occhiali scuri e capelli ricci crespi. Se verifica prevalentemente nella linea U7. Lei dice che non le danno il giornale dei poveri da vendere (te lo danno se non ti droghi e non sei alcolizzato semplificando di molto). Ha una voce altisonante-stanca e non è molto invasiva.

Darth Vader (nomignolo geniale datogli da un mio amico), si tratta di un ometto piuttosto giovane, di colore giallo ittero, le unghie spezzate e nere, spesso con del sangue che gli macchia le mani. Respira come se fosse intubato, per quello il nomignolo. E’ strafottente e molto impulsivo. Non parla, lui respira e basta, ha un cartellino in cartone su cui scrive che ha bisogno di soldi. Ti si piazza davanti e se non guardi il suo cartello te lo pianta in faccia a pochi centimetri. Si verifica ovunque perché lui é ovunque.

Gesù. Ha dei lunghi capelli lisci, la barba nera. Entra nei vagoni, prevalentemente della linea U1 e prima di parlare si fa il segno della croce. Gli fanno sempre parecchi soldi, peccato che negli ultimi periodi abbia cominciato a puzzare di feci fresche. Non so se sia una nuova tecnica commerciale.

Gollum. Un essere disintegrato, tossico all’ultimo stadio, con una gobba da film splatter. Non chiede, al massimo tende la mano. La gente gli da sempre soldi. Lui non finge.

L’anima in pena. Un giovane dai capelli neri con le stampelle. Fa la faccia a vittima del mondo, personalmente mi verrebbe voglia di prenderlo a calci. E’ chiaramente finto e rimane un tempo infinito a fare quella faccia per intenerire la gente. Ovviamente non vede l’ombra d un quattrino. Mai.

Il vecchio hippy. Ragazzo dai capelli lunghi e gobbo. Suona la chitarra. Sempre la stessa canzone. E’ scemo perché si verifica dopo mezzanotte sulla lina U1 il week end. Tutti lo prendono per il culo. Non gli da niente nessuno.

Il cosmonauta. Ragazzo che si verifica nella S-bahn (evidentemente ha il gusto dell’orrido) e suona e canta una canzone sua, in spagnolo, d’amore. Orribile. Non gli da niente nessuno.